Generación Y es un Blog inspirado en gente como yo, con nombres que comienzan o contienen una "y griega". Nacidos en la Cuba de los años 70s y los 80s, marcados por las escuelas al campo, los muñequitos rusos, las salidas ilegales y la frustración. Así que invito especialmente a Yanisleidi, Yoandri, Yusimí, Yuniesky y otros que arrastran sus "y griegas" a que me lean y me escriban.



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Perdere tutto

Septiembre 7th, 2008

 

Le immagini del disastro lasciato da Gustav nell’occidente del paese scorrono sullo schermo. Volti oscuri davanti alle case da scenografia cinematografica che non hanno sopportato le raffiche di oltre duecento chilometri all’ora. In mezzo al pianto e alla preoccupazione, i giornalisti della televisione nazionale sono riusciti a strappare frasi come: “La Rivoluzione non ci abbandonerà”; “Il governo ricostruirà le nostre abitazioni”. Questi motti non mostrano più la convinzione - perduta da tempo - che il Padre-Stato possa risolvere tutto; ma cercano soltanto di far prendere un impegno alle autorità davanti alle telecamere. Come se prendendo il microfono e gridando che il governo restituirà le cose perdute, volessero obbligarlo a mantenere la promessa.  Le vittime di oggi reclamano una rapida soluzione, ma i danneggiati da uragani o inondazioni precedenti attendono ancora. Soltanto la combinazione di aiuti istituzionali, la solidarietà cittadina e le donazioni dall’estero allevieranno il dramma di tutte queste famiglie. La società civile cubana non può intraprendere, per conto proprio, una campagna di raccolta di aiuti. Sarebbe illegale lanciare un appello, senza passare per i canali ufficiali, affinché i vicini possano inviare vestiti, medicinali e generi alimentari nelle zone colpite. La nostra minusvalenza civica giunge al punto che neppure in caso di disastro possiamo riunirci spontaneamente per aiutare il prossimo.

Dagli Stati Uniti si parla di una moratoria per le sanzioni nei confronti di Cuba, come forma di aiuto per le vittime. Purtroppo, sospendere per soli tre mesi quelle turpi disposizioni non sarà sufficiente. Quando i reporter nazionali e stranieri ritorneranno alle loro case e gli operai delle linee elettriche avranno ultimato di riportare la luce nelle zone del disastro, soltanto allora, arriverà il vero sconforto per le cose perdute. Non ci saranno i giornalisti a caccia di parole d’ordine e non ascolteranno le lamentele dei danneggiati di fronte alle promesse non compiute. Tuttavia l’appoggio cittadino, l’aiuto del familiare che vive all’estero e delle organizzazioni internazionali - quella solidarietà che non cerca appoggio politico, né atti di fede - non li deluderà.

 

Questa domenica andrò a Pinar del Rio per portare direttamente il mio aiuto ai danneggiati. Mi incontrerò con persone della società civile e ci scambieremo idee sulle possibili strade della solidarietà.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

33

Septiembre 7th, 2008

 

Non so come prenderla, però questo 4 di settembre sono un anno più vecchia, più impertinente e più blogger.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Il suono della intolleranza

Septiembre 7th, 2008

Senza immagini che confermino quello che è accaduto il 28 agosto durante il concerto di Pablo Milanes, molti si sono dovuti conformare con la nostra testimonianza e con il resoconto delle agenzie di stampa. Alcuni giorni dopo - per una strada davvero insospettata - ci è giunta una registrazione acustica di quei brevi minuti. Vi lascio il link della registrazione e vi invito ad ascoltare il suono della intolleranza.

http://www.gigasize.com/get.php?d=dvwb23q2tkf

(Nome dell’archivio: 1158.mp3)

L’archivio audio in formato video su YOUTUBE:

http://es.youtube.com/watch?v=taNWu2DKALQ

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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La tua parte di paura

Septiembre 4th, 2008

 

Il timore ti è arrivato per contagio, anche se in verità non hai mai subito un interrogatorio e non hai mai visto un plotone di esecuzione; non sei mai stato vittima di un’epurazione, né ti hanno gettato un uovo in faccia. Forse neanche ti hanno chiamato per metterti in guardia. La tua ansia deriva da ciò che hai sentito, per trasferimento, per mezzo di altri che hanno avuto buoni motivi per essere intimoriti.  

Un giorno hai fatto la valigia e te ne sei andato all’altro capo dell’Atlantico, impacchettando anche la parte di paura che ti spetta. I tuoi figli sono nati molto lontani da questa Isola, ma nonostante tutto hai somministrato loro la corrispondente cucchiaiata di apprensione. Può essere che non parlino spagnolo, che non sappiano localizzare sulla carta geografica il paese da dove proviene loro padre, ma hanno imparato a collocare la paura. Fino a loro è arrivata la fulminante epidemia del timore, una malattia che non si cura.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Dalla paranoia al grido

Septiembre 2nd, 2008

 

Venerdì notte, dopo la liberazione di Gorki e quando già uscivamo dalla sua casa, lui chiese a Lía se era stata in spiaggia, ma raccontare gli ultimi quattro giorni in due ore è impossibile: sebbene non sapesse che eravamo al tribunale dalle otto della mattina, che tutto il sole del giorno ci aveva bruciati, che infine ci erano presi due acquazzoni… e che tutti eravamo là: i diplomatici, la stampa e noi (dico noi perché prima alcuni non ci conoscevamo, eravamo semplicemente noi: quelli che siamo andati).

 

Scrivo questa nota perché voglio condividere la mia esperienza in questo atto di solidarietà che artisti e non artisti (come me) abbiamo avuto con lui e con noi stessi, chiarendo che quando dico artisti mi riferisco ai plastici, pittori e scrittori, perché non ho visto nemmeno un musicista, neppure il più underground tra gli underground.

 

I miei amici mi chiamano la paranoica; sono quella che vive con paura, quella che non apre le finestre, quella che non parla mai di politica a voce alta, ho paura del buio, non esco da sola dopo le dieci neppure per arrivare all’angolo della strada. Ma non ho mai avuto tanta paura come quella che soffro da lunedì scorso (ancora non se n’è andata).  

Tuttavia, aver conosciuto una persona come Yoani, vederla accanto a me con quello striscione in mano, dopo aver parlato con lei due o tre volte al telefono, spinta dalla fiducia, vedere tutti noi oggi mentre sostenevamo Gorki, Ciro, Renay e Hebert, i miei amici mettere piede in terra con me e andare oltre le loro paure e i loro dubbi, gli amici all’estero muovere cielo e terra, ed essere riusciti tutti a trasformare la sua condanna di quattro anni in quattro giorni… mi sembra ancora un miracolo.

 

Mi vergogno per coloro che non mi hanno chiamato, che stanno scappando da me nel caso chiedessi aiuto, per coloro che hanno detto “sì” e non sono venuti, mi spiace che non abbiano vissuto questo lieto fine, la sensazione di aver raggiunto l’irraggiungibile.

 

Credo che il giorno di oggi segna il passaggio dal “non si può” al “si può”. Abbiamo dimostrato che le cose possono cambiare, che le ingiustizie e l’abuso del potere possono essere fermate e che la paura non è infallibile.

 

Claudia Cadelo De Nevi

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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Breve cronologia di una vittoria

Septiembre 2nd, 2008

Fotos de: Claudio Fuentes Madan

 

 

 

Giovedì prima del concerto. Come ci è venuto in mente di andare al concerto di Pablo Milanés a chiedere la liberazione di Gorki? È una cosa che ha la caratteristica della spontaneità e l’urgenza di ciò che non può essere rimandato o meditato in modo migliore. Ciro, Claudia e io ne parliamo e immediatamente decidiamo di farlo, perché organizzare o far quadrare le azioni in modo particolareggiato è la via più rapida perché “loro” lo sappiano. Nessuno di noi si è fermato a pensare alle ripercussioni di quello che poteva succedere, perché soltanto chi ha qualcosa da perdere valuta i suo atti, con la stessa precauzione con cui una donna di casa accarezza i barattoli nel mercato.

 

Giovedì 28, 7:30 p.m. Un gruppo del quale facevamo parte Ciro, Claudia, Hebert, Emilio e io si era dato appuntamento alla fermata dell’autobus di Coppelia per fare rotta verso il concerto della Tribuna Antimperialista. Fin da quel momento ci seguivano alcuni ragazzi nervosi della polizia politica e lo spiegamento di forze dell’ordine era impressionante. Era ancora giorno e Pablo Milanés cantava quando siamo arrivati al Protestometro. Gente di vario tipo, molti militari e qualche giornalista straniero formavano parte delle persone che abbiamo incontrato. Per quasi quaranta minuti abbiamo atteso rinforzi, ma alla fine abbiamo deciso di passare all’azione senza contare su quelli che si erano persi nella moltitudine, quelli che non sono mai arrivati o quelli che una volta lì si erano pentiti. Il piano era aprire due cartelli con il nome di “Gorki” e gridare in coro il suo nome. Quella è stata la maniera di ricordare ai musicisti del concerto che stavamo attendendo una loro presa di posizione sulla detenzione del direttore dei Porno para Ricardo.

 

Giovedì, 8:35 p.m. Ci siamo messi alla sinistra della tribuna, il più vicino possibile al palcoscenico e lontani da un gruppo che sosteneva grossi bastoni con le corrispondenti bandiere cubane. Polito Ibañez e Pablo Milanés avevano appena finito la canzone “La solitudine” e una breve pausa ci ha dato l’opportunità per far ascoltare le nostre grida. Dopo aver contato uno, due e tre, Claudia e io abbiamo aperto la tela che è rimasta per aria soltanto qualche secondo. Ricordo che abbiamo potuto chiamare - almeno in tre occasioni - il nome di Gorki. Persone in abiti civili sono uscite fuori da ogni parte e ci hanno strappato il lenzuolo dipinto con spray nero. Alcune robuste signore si sono avventate su noi donne tirandoci per i capelli e allontanandoci. Agli uomini è toccato il trattamento peggiore, perché sono stati neutralizzati da un presunto “popolo infervorato” che conosceva colpi professionali di karate. Ricordo la paura nei volti degli spettatori che non si aspettavano la nostra azione; anche la fuga precipitosa di quelli che correvano lasciando persino le scarpe e il pezzo di cartello che si può conservare in una mano. Ciro ed Emilio sono stati picchiati e trascinati fino alla zona di sicurezza a lato della tribuna. Claudia e Hebert sono riusciti a scappare e io mi sono sbarazzata di una mano che mi afferrava mentre chiamavano rinforzi. In quello stesso momento un’amica veniva arrestata nella zona degli invitati, per aver scritto un cartello dove chiedeva a Pablo alcune parole di condanna per la detenzione di Gorki. Non è stato possibile aprire il secondo lenzuolo.

 

Giovedì, 8:45 p.m. Il pubblico vicino al luogo dell’incidente si è disperso e all’angolo della strada decine di poliziotti hanno cominciato a lanciarsi dalle loro camionette. Ciro ed Emilio si scorgevano appena in mezzo a un miscuglio di militari con giganteschi e robusti civili che li colpivano ripetute volte. Claudia e io ci siamo ritrovate e abbiamo deciso di andarcene dalla tribuna per collegarci immediatamente a Internet e raccontare quello che era successo. Non mi sono mai sembrate così inospitali le strade del Vedado come in quella notte di giovedì, con la polizia che ispezionava a ogni angolo. Abbiamo pensato di chiedere aiuto, ma in una casa dove ci siamo fermati ci hanno detto chiaro che dovevamo andarcene. Allora abbiamo deciso di separarci con il presentimento che forse le cose peggiori dovevano ancora arrivare.

 

Giovedì, dopo le 9:00 p.m Claudia è riuscita - grazie alla solidarietà di alcuni amici con accesso a  Internet - a passare un breve messaggio che è stata la prima cronaca di quello che è accaduto, raccontata da alcuni dei suoi protagonisti. Il messaggio era molto vago perché in quel momento non sapevamo ancora quante persone erano state arrestate né quale poteva essere la loro sorte. Il resto della notte lo abbiamo trascorso telefonando e rispondendo alle domande di coloro che erano appena venuti a conoscenza dei fatti.

 

Giovedì, dopo mezzanotte. Quasi alle una del mattino, Ciro mi ha chiamato per raccontarmi che lo avevano liberato. Nel corso delle oltre tre ore passate nella Stazione di 21 y C, un membro della sicurezza di stato ha cercato di impressionarlo raccontandogli che sapevano tutto di lui, persino che aveva giocato in una squadra di calcio. Gli hanno detto che la detenzione era stato un malinteso e che la polizia era intervenuta soltanto perché il “popolo” non li linciasse. Gli spiegò che la gente del pubblico aveva pensato che volevamo aprire un cartello controrivoluzionario e per questo li avevano assaliti. Strano popolo questo che da una parte non sa distinguere tra un nome corto e una parola d’ordine, però è molto esperto di arti marziali.

Durante la mattinata chiamiamo per telefono altri amici e musicisti perché vadano molto presto al Tribunale Municipale Popolare di Playa. Credo che nessuno abbia potuto dormire durante le ore che ci separavano dalla liberazione di Ciro ed Emilio e dall’arrivo all’angolo di 94 y 7ma A. I colpi facevano molto male una volta passata l’eccitazione dell’azione, ma la paura se ne stava andando.

 

Venerdì 8:20 a.m. Una dozzina di amici erano già appostati davanti alla porta del tribunale quando ho potuto intrufolarmi nella zona che dalle prime ore del mattino era stata circondata da un forte spiegamento di polizia. Sembrava che coloro che si trovavano lì fossero dei pericolosi terroristi armati, perché in altra maniera non si giustificavano tanti membri dell’Apparato disposti in ogni luogo. Ho potuto intravedere uno di quelli che ci ha seguito la notte precedente e comprovare che l’Operazione Gorki era di massima importanza anche per loro. Quando vedo questi nervosi membri della Sicurezza di Stato, mi chiedo sempre se non potevano inserire nel loro piano di studio una materia per ottenere una migliore mimetizzazione. Il fatto è che tutti si somigliano, con i loro tagli di capelli perfetto, le loro spalle larghe, le loro camicie a quadri o le loro magliette a righe. Nessuno avrà detto mai loro che si nota da ogni poro che sono militari vestiti da civili? Nell’accademia non li avranno mai avvertiti che i loro sguardi torvi, quelle espressioni tanto serie e la mancanza totale di swing che hanno, rivelano il loro lavoro segreto? Per favore, che qualcuno dia loro un insegnamento perché sembrino, semplicemente, persone normali.

 

Venerdì dalle 9:00 a.m. fino alle 6:00 p.m. I giornalisti stranieri si trovavano in ogni luogo, c’erano anche alcuni diplomatici e già il gruppo degli amici raggiungeva la ventina. Mi sono rammaricata per l’assenza della comunità artistica cubana, in special modo dei musicisti che avrebbero dovuto trovarsi là per appoggiare il loro collega. Tuttavia, non mi sono sorpresa che nessun cantante di rap, di trova o di reggeton si sia fatto vedere fuori del Tribunale. Molti non erano informati, e altri hanno valutato che la perdita dei piccoli privilegi era un prezzo molto alto da pagare per un cantante punk che sembrava già condannato. Alcuni amici che hanno provato a raggiungere il luogo sono stati fermati dal cordone di polizia. Risaltava la presenza dell’artista plastica Sandra Cevallos, che ha già affrontato in ripetute occasioni il braccio peloso della censura. Alcune facce che ho incontrato lì erano le stesse che ho visto in quella giornata del 30 gennaio fuori dalla Casas de las Americas, durante il dibattito degli intellettuali. A quanto pare, c’è gente che si abitua a protestare davanti a tutte le porte.

L’avvocato, un uomo molto giovane, era stato contattato solo due giorni prima, dopo che diversi giuristi si erano ripetutamente rifiutati di occuparsi del caso. Il reato annunciato preventivamente era quello di pericolosità predelittuosa e tutto il ritardo prima di dare inizio al giudizio è stato imputato al fatto che il fascicolo non si trovava. Il padre di Gorki, un uomo di 75 anni, sembrava molto nervoso e i poliziotti di guardia al tribunale rispondevano soltanto ad alcune domande che lui faceva. Alcuni giovani accusati sotto la stessa figura delittuosa sono stati giudicati mentre aspettavamo. Ricordo un mulatto magro che è uscito fuori ammanettato e quando ha visto le telecamere e i microfoni si è messo a dire: “Si deve sapere che qui condannano la gente per gusto”. Non so se la stampa straniera avrà potuto filmare le sue parole, ma però voglio ricordarle qui perché prevedo che il suo gesto coraggioso gli sarà costato qualche rappresaglia.

Sotto un pino nel marciapiede davanti al Tribunale, stava il gruppo degli amici. Emilio mostrava i suoi colpi e i denti che gli avevano allentato la notte precedente, mentre il mio cellulare non smetteva di suonare con chiamate da ogni parte del mondo. Ciro rispondeva ai giornalisti e una telecamera della televisione nazionale filmava tutto quello che facevamo. Una ragazza molto giovane, che si trovava lì senza che i suoi genitori lo sapessero, mi ha detto con tono preoccupato: “Se usciamo questa sera nella Tavola Rotonda, non so come spiegarlo a mia madre”. Io ho pensato a mio figlio, che aspettava a casa, all’oscuro dei colpi, degli agenti della sicurezza, dell’ingiustizia, sicuro che sua madre sarebbe tornata tornerà e che il venerdì sarebbe stato un altro giorno normale. Ricordando Gorki, suo papà, sua figlia Gabriela che in qualche momento sarebbe stata informata, mi sono piantata su questa strada e ho scacciato la fatica, il dolore e la paura - che mai si dissolve del tutto - .

Malgrado fossimo circondati dai “compagni con le camicie a quadri”, la presenza della stampa internazionale ci proteggeva. Come sono cambiati i tempi, mi sono detta, mentre percepivo l’attenzione che metteva la polizia nel non caricarci davanti alle telecamere. Ancora una volta, guardando i corrispondenti stranieri ho avuto la conferma che non sono adatta a fare la giornalista. Non posso restare dietro la lente senza farmi coinvolgere. Questo lavoro di entomologia che consiste nell’osservare, riportare e non intervenire, sicuramente non è fatto per me. Essere blogger permette anche di far parte di ciò che accade, per questo sono rimasta con questa professione.

Posticipare l’inizio del giudizio sembrava una manovra di logoramento per valutare quanto potevamo resistere noi che attendevamo fuori dal Tribunale. Previsto per le nove del mattino, in realtà è cominciato intorno alle 6:30 della sera. Nel frattempo alcuni se ne sono andati, altri si sono aggregati e un paio di amici sono andati a cercare qualcosa da mangiare. Il mercato informale ha ottenuto un vantaggio dalla nostra attesa, perché una signora è riuscita a venderci - malgrado il cordone di polizia - pop corn, biscotti, e banane fritte. Abbiamo fatto la nostra doccia di acqua piovana verso le quattro del pomeriggio e quando è cominciato a calare il sole sembrava che eravamo stati tutta la mattina in spiaggia. Il punto di non ritorno era trascorso con il mezzogiorno, dopo quell’ora nessuno si era mosso da quel posto.

Quando si è avvicinato il momento dell’arrivo di Gorki, gli uomini appostati agli angoli delle strade hanno cominciato a chiudere il cerchio. Forse hanno pensato che avremmo tentato un’audace liberazione o qualcosa di simile, ma in realtà noi tutti ci siamo mesi d’accordo per applaudire e gridare in coro il nome del colpevole quando sarebbe comparso. La pattuglia della polizia ha parcheggiato l’auto e gli agenti si sono lanciati per chiudere un cerchio intorno a lui. Anche così, la stampa straniera ha potuto catturare il suo volto con una barba lunga di quattro giorni, le manette e il grido di “Gorki” che ha risuonato in tutto il quartiere. La tensione si poteva palpare in ogni viso, però - senza storie, né ostentazioni - “loro” erano più nervosi.

 

6:00 p.m. Il processo: Sono riuscita a entrare nella sala del Tribunale, insieme a Ciro, Claudia, Emilio, Ismael di Diego e la sua fidanzata, Elizardo Sánchez e sua moglie Bárbara, Francisco Chaviano, Luís il padre di Gorki, Alejandro il fotografo, Javier, Claudio, René Esteban, altri che non conosco i loro nomi e un paio di agenti della sicurezza che si sono messi in un angolo. Quando siamo entrati la sala era quasi piena, perché avevano convocato anche i famigliari di un giovane che doveva essere giudicato subito dopo. Il giudice, una donna giovane, ha invitato alla calma e ha presentato la causa. Noi siamo stati informati in quel momento che la figura delittuosa era stata cambiata in “disobbedienza”. Gorki non sapeva se per questo delitto la punizione era maggiore o minore, però adesso importava poco: il circo aveva avuto inizio.

Sotto lo sguardo di un busto di Martí e con lo scudo nazionale presente, è comparso il primo testimone dell’accusa, il Capo di Settore della zona dove vive Gorki. Un uomo moro, con accento orientale e che sembrava molto confuso di fronte a tutta la stampa riunita e al sorprendente appoggio a Gorki che si notava in sala. Il poliziotto ha spiegato che gli allenamenti del gruppo disturbavano il vicinato e che già era stato fatto un lavoro “profilattico” con l’accusato. Il testimone successivo era l’ex Capo di Settore, che ha confermato la tesi di chi lo aveva preceduto e ha calcato la mano sul fatto che il cantante rock era recidivo. Finalmente hanno chiamato a deporre una signora di nome Heidi. Un volto segnato dall’amarezza è entrato in sala e si è identificato come la Presidentessa della zona del CDR e membro della Commissione Preventiva formata dai componenti del quartiere. Quando gli hanno chiesto notizie sul comportamento sociale di Gorki, ha avvertito che “non partecipava alle attività del CDR, non faceva la guardia e non votava… la sua condotta sociale si riassume nel fare rumore con la sua musica e disturbare il vicinato”.

Il giovane avvocato della difesa balbettava davanti alla “patata bollente” che aveva tra le mani, però è riuscito a presentare una lettera del centro di lavoro di Gorki confermando il suo vincolo lavorativo. L’accusa ha chiesto allora una penalizzazione monetaria nei confronti dell’accusato e tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Seicento pesos cubani è stata la quota fissata, quantità che pagherebbe chiunque, a occhi chiusi, per non passare neppure un’ora in carcere. Il processo era terminato e noi abbiamo sentito addosso tutta la stanchezza delle due giornate.

La polizia ha avuto la “cortesia” di portare Gorki con la macchina a prelevare i suoi oggetti personali e dopo lo ha accompagnato a casa. Fuori siamo rimasti con la voglia di lanciarlo per aria e di gridare un’altra volta il suo nome. Siamo usciti in gruppo da là, perché sapevamo che se ci separavamo “i ragazzi dallo sguardo torvo” avrebbero potuto permettersi di assalirci. La Quinta strada è stata il palcoscenico dell’allegria, le pacche sulle spalle, le risa contenute e il racconto continuo di quello che era accaduto. Arriviamo a casa di Gorki che si era già fatto la barba canuta. Una bottiglia di rum è uscita fuori da uno zaino e non abbiamo fatto caso alla stanchezza, ai nervi contenuti e al padre del cantante rock che ci chiedeva se volevamo “uccidere suo figlio”.

Ci siamo riusciti, Gorki era con noi grazie a tutti quelli che si erano mobilitati fuori e dentro. A quelli che hanno firmato la lettera chiedendo la sua libertà, ai giornalisti che hanno diffuso la notizia del suo incarceramento, al cartello strappato in pochi secondi ma che sarà ricordato per anni, riassumendo, grazie alla forza e al grido di migliaia di cittadini, organizzati spontaneamente per affrontare un meccanismo che non è abituato a cedere. L’olio bollente di un sistema giudiziario autoritario, ermetico e ideologizzato, è rimasto con la voglia di friggere Gorki. È la prova che se facessimo questo tipo di azione più spesso, anche altri potrebbero camminare liberi per le nostre strade.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Da Gorki a Gustav

Septiembre 2nd, 2008

 

Ho molto da raccontare su quello che è accaduto in queste ultime giornate. So che stanno aspettando i dettagli di cosa è accaduto al concerto di giovedì, il cartello, i colpi, gli arresti, l’incredibile retata di polizia e tutta la attesa attiva che abbiamo fatto davanti al Tribunale Municipale di Playa e che è finita con la liberazione di Gorki. Soltanto il giudizio - al quale sono stata presente per comprovare la inconsistenza di tutte le accuse fatte al cantante rock - darebbe materiale per vari post. Purtroppo, la situazione climatologica all’Avana, a causa di Gustav, non mi permette di uscire di casa e connettermi a Internet in un luogo pubblico. Sopra la mia terrazza - a quattordici piani dal suolo - già soffiano venti forti e dobbiamo cominciare a chiudere finestre e fare attenzione alle piante. Oggi devo affrontare un altro ciclone.

Quello che non voglio trascurare di anticipare è che mai come in questi ultimi due giorni ho visto coincidere e unirsi l’opinione pubblica internazionale, i mezzi di diffusione e parte della società civile cubana. Ieri abbiamo dimostrato che si può saltare il muro se lo facciamo tutti insieme. Li abbiamo obbligati a ritrattare, a sciogliere l’ingiustizia e questo è un precedente molto buono per noi ed estremamente pericoloso per “loro”. Internet ha dato la prova che nel caso cubano può rappresentare una sorta di terreno virtuale per unire gli sforzi. Spero che a questi centimetri che siamo riusciti a estendere i confini succedano metri e metri di libertà recuperate. 

 

Questo post l’ho dettato per telefono ad alcuni amici che lo pubblicheranno. Con la collaborazione di alcuni di loro ieri sono riuscita a informare chi si trovava fuori dal tribunale. Voglio ringraziare specialmente Ernesto Hernández Busto che ha permesso che molte di queste informazioni vedessero la luce sulle pagine di penúltimos dias (www.penultimosdias.com).

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

Gorki

Agosto 27th, 2008

  

Se lo sono portato via perché niente destabilizza di più gli intransigenti che un uomo nella sua condizione più libera. Nella quinta Unità della polizia - 3ra y 62, Playa - dove i delinquenti si avvicendano e una tazza da bagno rappresenta una dolorosa chimera, Gorki strappa le corde della sua disubbidienza. È un tipo singolare, tutti lo possono vedere; ancora più singolare in una società dove il modello dell’uomo nuovo è la versione, a colori, dello scemo del villaggio (1).

Gorki possiede il fascino che non hanno i suoi censori: canta, ancheggia e grida con una musica rock composta di parole cruente ciò che altri balbettano con timore. Possiede una stanza ricoperta con cartoni da uova che gli hanno regalato, perché mettendo insieme quelli ricevuti nel mercato razionato non avrebbe potuto foderare nemmeno un armadio. È accusato di un delitto che sembra uscito dalla sceneggiatura del film Minority Report; incriminato sotto l’eufemismo di pericolosità pre criminale. Tradotto nel linguaggio reale, significa che ti mettono dietro le sbarre perché tu non commetta una marachella che altri predicono.

Nel caso di Gorki, l’imputazione di colpa è stata plasmata da un delegato della circoscrizione con deliri da James Bond, da una vicina alla quale hanno consigliato di fare la denuncia  e da una comunità che evita di intercedere in favore di personaggi “scomodi”. Giovedì prossimo avrà luogo l’udienza preliminare, dove lo tengono sotto vigilanza sono stati ammessi soltanto alcuni vestiti e oggetti d’igiene personale, che gli ha portato suo padre. Ci sono poche possibilità che l’avvocato difensore convinca il severo pubblico ministero che la capigliatura di Gorki, le sue canzoni rock e il rumore della sua chitarra, non sono più pericolose dell’inerzia, del conformismo o della doppia morale che avvolge tutta la nostra esistenza. 

 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

Nota del traduttore: (1)Ho reso tonto del aula, espressione che in italiano non esiste, con scemo del villaggio. Il significato è identico.

Yoani fa riferimento a un grave fatto di cronaca, nuovo episodio di limitazione dei diritti umani a Cuba, dove purtroppo niente sta cambiando. Riproduco di seguito il mio articolo sull’arresto di Gorki per comodità dei lettori italiani.

 

ARRESTATO IL CANTANTE GORKI AGUILA

 

Il cantante rock cubano Gorki Aguila, leader della band punk Porno Para Ricardo, noto per la sua irriverenza antigovernativa, è stato arrestato lunedì dalla polizia e verrà incarcerato nei prossimi giorni. Secondo un comunicato, che si legge sulla pagina internet del gruppo (www.pornopararicardo.com), Gorki è stato arrestato nella sua casa, mentre stava registrando canzoni per un disco in preparazione, che presenta l’irriverente titolo provvisorio di Comité Geriátrico Central.

Ciro Javier Díaz, chitarrista del gruppo, riferisce di aver seguito con la sua bicicletta l’auto della polizia, a bordo della quale è stato fatto salire Gorki, fino alla stazione situata tra 3ra y 62 (la Quinta), nel municipio avanero di Playa. Gorki Aguila ha 39 anni ed è affetto da un’infiammazione polmonare.

“Questo è il risultato della persecuzione alla quale viene sottoposto Gorki da parte della polizia e del delegato del Poder Popular, che si serve anche di volgari spioni del quartiere”, continua la dichiarazione che chiede solidarietà internazionale per liberare il musicista dissidente. 

I giornalisti de El Nuevo Herald, lunedì notte hanno tentato di mettersi in contatto telefonico con la casa di Gorki a Marianao, ma non è stato possibile. Alle chiamate faceva eco il caratteristico suono di occupato. Altre telefonate fatte all’Avana dagli Stati Uniti sono state deviate in Germania, secondo molte testimonianze di persone che cercavano di localizzare i familiari del musicista per sapere qualcosa di più preciso sulle spiacevole situazione.

Il padre di Gorky ha detto che il cantante potrebbe essere arrestato fino a giovedì e in seguito verrà giudicato per pericolosità sociale, reato che prevede condanne da uno a quattro anni di carcere.

Negli ultimi mesi Gorky e la sua banda hanno lanciato forti sfide al regime castrista. Nello scorso dicembre hanno realizzato un concerto clandestino in un cinema semi abbandonato dell’Avana, interpretando canzoni scherzose, satiriche e critiche su diverse figure governative, soprattutto Fidel e Raúl Castro.

Porno para Ricardo - band composta da quattro musicisti - non può fare presentazioni in luoghi pubblici e i suoi musicisti sono sempre sotto stretta vigilanza di agenti di polizia, attivisti di quartiere e rappresentanti del governo municipale.  

Lo scorso 17 giugno, Gorki è stato portato a una stazione di polizia dal delegato di circoscrizione del suo quartiere e minacciato di essere imprigionato per la sua condotta antisociale. Il cantante era già stato condannato a quattro anni di carcere nel 2003 per un discutibile caso di possesso di droga, ma venne liberato nel 2005 grazie a una campagna internazionale capeggiata dall’organizzazione Freemuse.

Tra le canzoni satiriche più popolari della band si possono ricordare El Comandante, registrata nel 2006, e El General, dedicata a Raúl Castro lo scorso anno. Il ritornello di quest’ultima canzone esorta il nuovo comandante perché “tire los tanques (…) para que el pueblo se levante” (tiri fuori i carri armati… perché il popolo si sollevi).

Il nuovo corso di Raúl Castro si arena ancora una volta di fronte al rispetto dei diritti umani. Non scambieremo un cellulare Etecsa con la libertà di scrivere, cantare, parlare. Sono cose per noi troppo care.

(Gordiano Lupi)

Quello che vedo intorno

Agosto 25th, 2008

Una città non si identifica soltanto con la sua gente, la sua architettura, le sue piazze, ma anche per i suoi cartelloni, manifesti e graffiti. Per questo sono uscita a fotografare i cartelli che si trovano nelle vicinanze di casa mia. Vi affido la successione degli scatti e così potrete vedere le immagini e i messaggi che mi circondano. 

 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

Nota del traduttore: Yoani non perde tempo con le parole e questa volta fa bene, perché niente meglio delle immagini fa capire l’assurda retorica di un regime sempre più lontano dal suo popolo. Il primo cartellone ricorda l’eroica spedizione del Granma, il secondo immortala un giovane Castro giocatore di baseball, il terzo invita al compimento del dovere quotidiano, il quarto critica il primo mondo, il quinto e il sesto sono motti rivoluzionari, il settimo ricorda tre grandi uomini del passato, l’ottavo reclama la liberazione dei così detti cinque eroi, il nono imputa al blocco le carenze sanitarie del paese e il decimo rappresenta un incitamento ad andare avanti nel nome della Rivoluzione. Se fossero cartelli spontanei andrebbe tutto bene, il problema è che queste parole sono lontane anni luce da quel che pensa la gente. (Gordiano Lupi)

 

La corruzione della sopravvivenza

Agosto 21st, 2008

 

 Ha 28 anni e lavora nella piscina di un hotel perché il suo patrigno gli ha comprato un impiego nel turismo. La sua padronanza dell’inglese è pessima, però, grazie ai duemila pesos convertibili che ha pagato all’amministratore, non è stato necessario sostenere l’esame di lingue. Più della metà delle bottiglie di rum e coca cola che vende nello snackbar, le ha comprate lui stesso a prezzi di mercato al dettaglio. I colleghi gli hanno insegnato a mettere in risalto la vendita della sua “mercanzia” sopra a quella che lo Stato destina ai turisti. Grazie a codesto trucco, si mette in tasca a ogni turno di lavoro quello che guadagnerebbe un neurochirurgo in un mese.

Il suo ritmo di consumi dipende dai profitti illegali, così che cerca di adempiere al proprio dovere e di non stonare nel piano della “non condizionalità ideologica”. È uno dei primi ad arrivare quando convocano una marcia o alla sfilata del primo maggio. Tra i suoi vestiti conserva, per quando serve, una maglietta che allude ai cinque eroi, un’altra con il volto di Che Guevara e una, di colore rosso intenso, che dice “Battaglia delle idee”. Se il suo capo cerca di sorprenderlo mentre sta deviando le risorse, indossa una di quelle camicette e la pressione scende.

Nonostante abbia pochi anni, ha già capito che non importa quante volte oltrepassi la linea della illegalità, basta che tu continui ad applaudire. Alcune parole d’ordine gridate durante un’azione politica, o quella volta che è uscito contemporaneamente a un “gruppuscolo” controrivoluzionario, lo hanno aiutato a conservare un impiego così redditizio. Le sue mani, che oggi rubano, ingannano i clienti e deviano mercanzie statali, firmarono - circa sei anni fa - un emendamento costituzionale affinché il sistema fosse “irreversibile”. Per lui, se lo lasciano libero di continuare a riempirsi le tasche, il socialismo può durare in eterno.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

Nota del traduttore: Ho trovato alcune analogie tra la bella prosa di Yoani e una poesia di Heberto Padilla, pubblicata nel famoso Fuera del juego (1968), che costò al poeta sette anni di detenzione e il successivo esilio. Padilla indicava tra le qualità indispensabili dell’uomo nuovo la necessità che fosse sempre disposto ad applaudire. Padilla è poeta pressoché sconosciuto in Italia, anche se Alberto Moravia fu uno dei firmatari del documento inviato a Fidel Castro per ottenere la sua liberazione. Riporto la poesia con relativa traduzione a uso e consumo dei lettori.

 

Instrucciones para ingresar en una nueva sociedad

 

Lo primero: optimista.
Lo segundo: atildado, comedido, obediente.
(Haber pasado todas las pruebas deportivas).
Y finalmente andar
como lo hace cada miembro:
un paso al frente, y
dos o tres atrás:
pero siempre aplaudiendo.

 

Istruzioni per entrare in una nuova società

 

Per prima cosa: ottimista.

Per seconda: elegante, misurato, obbediente.

(Aver superato tutte le prove sportive).

E finalmente camminare

come fa ogni membro:

un passo avanti, e

due o tre indietro:

però sempre applaudendo.

 

(Traduzione di Gordiano Lupi)