Generación Y è un Blog ispirato alla gente come me, con nomi che cominciano o contengono una "y greca". Nati nella Cuba degli anni 70 e
80, segnati dalle scuole al campo, dalle bambole russe, dalle uscite illegali e dalla frustrazione. Per questo invito a leggermi e a scrivermi
soprattutto Yanisleidi, Yoandri, Yusimí, Yuniesky e altri che si portano dietro le loro "y greche".
Qualcosa brilla per la sua assenza nel nostro paesaggio quotidiano. Le convocazioni a marciare, che fino a due anni fa erano così frequenti, sono andate diradandosi nel tempo e si sono lasciate alle spalle l’impressione di una città permanentemente esasperata. Era straordinario che passasse un mese senza che noi avaneri venissimo convocati a una manifestazione per gridare parole d’ordine e applaudire infiammati discorsi. Ci veniva somministrata - periodicamente - la cucchiaiata di isteria necessaria per farci sentire in un permanente stato di assedio.
In quei giorni di marce frenetiche, chiudevano i servizi pubblici e i mezzi di trasporto di tutta la città trasferivano persone in arrivo da altre province per ingrossare il numero dei partecipanti. In quelle giornate le strade si riempivano di bandierine di carta calpestate e di cisterne d’acqua per placare la sete. La città andava in tilt e noi che aspettavamo la fine della sfilata avevamo la sensazione di vivere una mobilitazione che non sarebbe mai terminata. In quei giorni la cosa migliore da fare era restare in casa, aspettando che le grida, il nervosismo e gli altoparlanti si attenuassero.
Nonostante tutto, la situazione non era neppure come veniva mostrata dalle telecamere e dai giornalisti della carta stampata. Le adunanze politiche - organizzate dal proprio governo - avevano anche il loro lato piacevole. Gli alunni della secondaria erano contenti che venissero sospese le lezioni per poter giocare in mezzo alla folla. Nei centri di lavoro, molti preferivano il disordine della manifestazione - che poteva consentire di svignarsela a casa - piuttosto che una giornata lavorativa sotto il controllo dell’amministratore. Persino coloro che fanno la mano morta sugli autobus avevano nella calca delle manifestazioni un luogo magnifico per i loro eccessi lascivi. I venditori informali aspettavano che la folla terminasse di gridare “Evviva” per vendere un buon quantitativo di noccioline, pane con salsa e bibite.
Non è che abbia nostalgia delle marce, però sembra diversa la mia città senza questi slanci di euforia, senza il capo che grida dalla tribuna, senza le migliaia di autentici o falsi entusiasti che agitavano bandierine.
La diplomazia è una di quelle arti che mi trasmettono ansia, una di quelle danze che a vederle interpretare mi danno la nausea. Per quanto provi a capire gli ambasciatori, i cancellieri e tutta quella stirpe di astuti personaggi, dalle loro azioni riesco soltanto a percepire maggior confusione. Si abbracciano e regalano sorrisi, si scambiano promesse e si fanno immortalare in fotografia mentre si danno la mano. Parlano a nome mio, anche se da molto tempo non salgono su un autobus, non fanno una coda, non sanno quanto costa un uovo al mercato nero.
Nell’ultimo anno, il balletto presentato come la “nostra” diplomazia ha interpretato spesso la danza della seduzione. Si sono presentati a ballare con le calze rosse e le loro promesse di aperture hanno abbagliato parecchie persone. Tuttavia, dal terzo balcone, dove siamo seduti noi cittadini, ogni giravolta ci è sembrata preconfezionata e le nuove performance - tanto prevedibili - da far sbadigliare.
Annoiata e delusa da queste coreografie dell’apparenza, finisco per ballare la musica della diplomazia popolare. Con tanta roba da mangiare e champagne sperperati, credo che è meglio fare a meno di questi incravattati rappresentati. Devono esistere forme più civiche di incontrarsi tra popolazioni, entrare in relazione e aiutarsi. Lasciamo ai cancellieri la farsa dei protocolli di intenti e dei patti firmati che non vanno mai a compimento. Noi - intanto - avviciniamoci e mettiamoci d’accordo.
A proposito del premio della giuria al miglior Weblog e del riconoscimento dei Reporter senza Frontiere nella gara The Bobs.
Certo, ci sono ancora molte cose che mi mancano. Non sono precisamente premi, ma diritti a lungo rinviati, come quello di poter essere letta nel mio stesso paese. Devo ancora a me stessa l’opportunità di dire tutto questo nel mondo reale e non solo nella virtualità di un blog. Trasferire questa piazza civica che oggi è Generación Y in un’esistenza concreta dove sicuramente abbondano i trolls e la punizione è più forte di una semplice pirateria informatica. Ho bisogno di qualcosa in più che kilobytes, sono affamata di realtà. Siamo ancora carenti - e questo è il premio più ambito - del diritto a dialogare, dissentire e tingersi del colore politico che vogliamo all’interno dell’Isola. Non lasciamo che questo sia soltanto un fenomeno limitato al mondo virtuale, bisogna andare alla ricerca del premio più grande: la libera opinione.
Finalmente è terminata l’attesa intorno ai premi Bobs. Adesso sappiamo che Generación Y è arrivato primo come voti del pubblico nella categoria Reporter senza Frontiere, pure se dobbiamo attendere ancora il responso della giuria. Qualunque cosa accada celebreremo questo evento, perché non servono molte giustificazioni per aprire una bottiglia di rum e schizzare con poche gocce la zona dei commenti. Sarà un buon momento per instaurare una tregua tra trolls e lettori abituali, tra le brigate di risposta cibernetica e chi viene davvero a dibattere. Mettete le sedie davanti al computer, perché trasmetteremo la cerimonia proprio da qui. Tenete vicino il cartoccio di noccioline e il cocco caramellato, per non perdere neppure un secondo quando la giuria annuncerà i premi. Chi è già senza unghie, per favore, eviti di mangiarsi anche le dita; nei prossimi giorni dovremo picchiare duro sui tasti. Prima che si cominci a far baldoria, voglio complimentarmi con tutti i vincitori, cittadini che - come me - hanno utilizzato i loro blog per raccontare esistenze e porre domande. Senza l’appoggio di questa comunità virtuale mondiale e senza la protezione che mi ha dato appartenere a essa, mi avrebbero fatta tacere da molto tempo. Con quello che è già accaduto durante le votazioni dei The Bobs, nessuno può fermare questa penultima lettera dell’alfabeto. Grazie a tutti quelli che hanno votato!
Da alcune settimane, parole come “urna”, “voti” e “candidati” ci perseguitano ovunque andiamo. Prima ci sono state le elezioni negli Stati Uniti e adesso il tema è tornato alla ribalta con quel che è accaduto domenica in Venezuela. Come se alla fine dell’anno tutto cospirasse per ricordarci la nostra condizione di non elettori, la nostra poca abitudine a decidere chi ci deve guidare.
Ci si abitua a non poter scegliere cosa portare alla bocca, con quali principi educare i propri figli o a chi aprire la porta, ma questa rassegnazione scoppia quando vediamo altri che votano. Per questo motivo, in questi giorni, ho una voglia frenetica di piegare la scheda, infilarla nella fessura e sapere che con lei va il mio grido, un urlo stentoreo che reclama: “elezioni”.
Fino al 27 di questo mese, ogni nuovo post recherà in calce un promemoria delle votazioni on line per i premi The Bobs. Ricordo che Generación Y sta concorrendo per tre categoria: miglior weblog, premio speciale Reporter senza frontiere e miglior blog in spagnolo. Ricordo il link per votare: http://www.thebobs.com.
A mezzogiorno di questo sabato eravamo sulla strada di Pinar del Río. Adesso è cresciuta l’erba ai margini della via, ma le palme senza foglie ricordano che soltanto due mesi fa si è verificato un disastro. La vita scorre più lenta, come se Ike e Gustav avessero rimarcato l’immagine ottocentesca che già possedevano questi campi. Se non fosse per un vecchio trattore qui e una torre elettrica là, uno potrebbe credere di aver fatto un viaggio nel tempo di due secoli. Alcune case possiedono nuovi tetti di asbesto cemento (eternit), che saranno preda dei venti durante il prossimo uragano.
I due zaini di medicine e vestiti, che abbiamo radunato tra gli amici, sono ben poca cosa rispetto a tutte le necessità che dobbiamo affrontare. Gli alimenti scarseggiano, soprattutto - incredibile ironia - i prodotti della terra. Persino i bambini, che di solito allontanano il cetriolo dal piatto, rimpiangono il singolare sapore di questa verdura. La terra ritarda a cicatrizzare le ferite. Il piccolo agricoltore autonomo ha visto aumentare le pressioni affinché venda il suo raccolto allo Stato invece che ai mercati liberi, dove potrebbe ottenere maggiori guadagni. Questa situazione produce disinteresse produttivo e scaffali vuoti nei punti vendita. Ancora una volta, come negli avversi anni Novanta, bisogna uscire dalla città per comprare un po’ di yucca, cipolla o un pezzo di maiale.
Tra L’Avana e Pinar del Río due punti di controllo polizieschi scelgono a caso le auto per controllare che nessuno smerci latte, formaggio o tuberi. Come quei sofisticati apparecchi medici utilizzati per guardare dentro il corpo umano, la gente ha soprannominato “somatón” (1) queste perquisizioni. I venditori illegali mostrano la loro mercanzia nei tratti di strada meno sorvegliati e si nascondono quando passa un’auto della polizia.
Per i mezzi informativi il disastro è una notizia che sta perdendo importanza, ma nella vita dei danneggiati resta all’ordine del giorno. Bisogna evitare che la mancanza di memoria copra questa situazione, che il trionfalismo faccia credere che è già tutto passato, che la valanga di notizie positive nasconda l’intensità della catastrofe. Ricordo a tutti che bisogna andare nelle zone colpite, consegnare direttamente gli aiuti e raccogliere le testimonianze sul posto. I venti dell’uragano continuano a soffiare sulla vita di quelle persone e non accennano a diminuire solo perché ci tappiamo le orecchie.
Fino al 27 di questo mese, ogni nuovo post recherà in calce un promemoria delle votazioni on line per i premi The Bobs. Ricordo che Generación Y sta concorrendo per tre categoria: miglior weblog, premio speciale Reporter senza frontiere e miglior blog in spagnolo. Ricordo il link per votare: http://www.thebobs.com.
Nota del traduttore:(1) Il nome commerciale della TAC è somatóm. Yoani vuol dire che questi punti di controllo sono come una TAC, scovano tutto in profondità e ti portano via quello che nascondi.
La settimana scorsa parlavamo di formiche, di persone e piccole tradizioni che tirano avanti giorno dopo giorno. Bene, a pochi metri da casa mia ho incontrato questo cartellone con la stessa metafora degli insetti. A differenza del formicaio che avevo immaginato - un luogo dove poter vivere tutti - qui c’è una creatura appartata. Mi spaventa credere che la formichina solitaria possa rappresentare l’intellettuale, o persone - come me - che sono lavoratori informali perché non esistono permessi per insegnare spagnolo o per praticare altre oneste professioni. La piccolina segregata potrebbe alludere a coloro che ricevono rimesse dall’estero e pensano che non abbia senso lavorare per un salario più simbolico che effettivo. A sinistra, sotto questo poster, potrebbe comparire la donna che vende caffè all’angolo della mia casa, si alza alle cinque per prepararlo e gioca a nascondino con la polizia; il giovane che ha abbandonato gli studi e cuce scarpe nella bottega del cugino, ma per il capo del Settore è soltanto un vagabondo abituale; l’emarginato, che si vede negare un lavoro conforme alla sua qualifica perché non è politicamente corretto. Molti di noi potrebbero essere la formichina che non sostiene foglie tra le sue mani…perché le altre non sono soltanto i lavoratori, quanto chi è autorizzato a lavorare, il gruppo di coloro che non escono dalla fila.
Fino al 27 di questo mese, ogni nuovo post recherà in calce un promemoria delle votazioni on line per i premi The Bobs. Ricordo che Generación Y sta concorrendo per tre categoria: miglior weblog, premio speciale Reporter senza frontiere e miglior blog in spagnolo. Ricordo il link per votare: http://www.thebobs.com/.
Nota del traduttore: La frase contenuta nell’immagine è semplice, ma la traduco per completezza: “Noi lavoriamo… e tu?”
Il brano di Yoani mi ha fatto venire in mente una poesia di Heberto Padilla, grande scrittore cubano che si poneva fuori dal gioco rispetto alla Rivoluzione Cubana. Molti lo hanno dimenticato - in Italia non è proprio conosciuto. La riporto di seguito.
FUERA DEL JUEGO
A Yannis Ritzos, en una cárcel de Grecia.
¡Al poeta, despídanlo!
Ese no tiene aquí nada que hacer.
No entra en el juego.
No se entusiasma.
No pone en claro su mensaje.
No repara siquiera en los milagros.
Se pasa el día entero cavilando.
Encuentra siempre algo que objetar.
¡A ese tipo, despídanlo!
Echen a un lado al aguafiestas,
a ese malhumorado
del verano,
con gafas negras
bajo el sol que nace.
Siempre
le sedujeron las andanzas
y las bellas catástrofes
del tiempo sin Historia.
Es
incluso
anticuado.
Sólo le gusta el viejo Armstrong.
Tararea, a lo sumo,
una canción de Pete Seeger.
Canta,
entre dientes,
La Guantanamera.
Pero no hay
quien lo haga abrir la boca,
pero no hay
quien lo haga sonreír
cada vez que comienza el espectáculo
y brincan
los payasos por la escena;
cuando las cacatúas
confunden el amor con el terror
y está crujiendo el escenario
y truenan los metales
y los cueros
y todo el mundo salta,
se inclina,
retrocede,
sonríe,
abre la boca
“pues sí,
claro que sí,
por supuesto que sí…”
y bailan todos bien,
bailan bonito,
como les piden que sea el baile.
¡A ese tipo, despídanlo!
Ese no tiene aquí nada que hacer.
La Guantanamera.
Pero no hay
quien lo haga abrir la boca,
pero no hay
quien lo haga sonreír
cada vez que comienza el espectáculo
y brincan
los payasos por la escena;
cuando las cacatúas
confunden el amor con el terror
y está crujiendo el escenario
y truenan los metales
y los cueros
y todo el mundo salta,
se inclina,
retrocede,
sonríe,
abre la boca
“pues sí,
claro que sí,
por supuesto que sí…”
y bailan todos bien,
bailan bonito,
como les piden que sea el baile.
¡A ese tipo, despídanlo!
Ese no tiene aquí nada que hacer.
Due amici miei si sposarono negli anni Novanta per comprare la torta e le birre che il mercato razionato assegnava in caso di nozze. Non erano una coppia e non si erano mai scambiati neppure un abbraccio, però la rivendita delle bevande e della dolcissima torta li permise di procurarsi abbastanza denaro per sopravvivere diversi mesi, ognuno per conto proprio. Come loro, parecchie persone firmarono l’atto matrimoniale solo per ottenere i sospirati prodotti e le tre notti di luna di miele in un hotel, beni quotati a buon prezzo sul mercato nero. Circondata da questi racconti, non riesco a prendere sul serio la firma di un contratto matrimoniale. Vivo da parecchi anni un’unione consensuale senza bisogno di carte. Alla stessa maniera, molti miei conoscenti coabitano con un compagno con cui non sono mai entrati in uno studio notarile per certificare la loro unione. Non si tratta soltanto di un’irriverente moda postmoderna, quanto del fatto che non ha più senso contrarre matrimonio. Tra i motivi di questa perdita di interesse, c’è l’assenza di un patrimonio familiare da tutelare con la firma di un contratto. Quale differenza ci può essere tra un figlio che abbia genitori legalmente uniti oppure no, se questi ultimi non possiedono beni da trasmettere in eredità e possedimenti bisognosi di nullaosta legale? Noi che oggi abbiamo meno di quaranta anni, arriviamo alle relazioni amorose portando come principale proprietà quella contenuta nella nostra epidermide. Quando la storia d’amore giunge alla fine, gli oggetti personali entrano - frequentemente - in una valigetta. Con il nido d’amore situato nella casa dei genitori e con un salario che non basta per comprare beni durevoli o trasmissibili, serve a poco il foglio firmato e il timbro legale che comprova il matrimonio.
Fino al 27 di questo mese, ogni nuovo post recherà in calce un promemoria delle votazioni on line per i premi The Bobs. Ricordo che Generación Y sta concorrendo per tre categoria: miglior weblog, premio speciale Reporter senza frontiere e miglior blog in spagnolo. Ricordo il link per votare: http://www.thebobs.com.
A Cuba il cielo non ha sempre quell’azzurro così pacchiano delle cartoline turistiche. Per fortuna, perché non posso immaginare un anno intero con il sole bruciante, senza quelle settimane di intervallo che portano correnti d’aria fredda. Da lunedì ne è arrivata una che ha prodotto nuvole londinesi all’Avana e gravi inondazioni nella zona orientale del Paese. Le strade di notte sono deserte, perché il freddo spaventa gli abituali inquilini dei parchi e dei marciapiedi. Salire su un autobus affollato adesso non vuol dire puzzare di sudore sotto le ascelle, ma entrare in un luogo tiepido e confortevole.
Quando si abbassano le temperature, l’umore e la tolleranza migliorano; ai vecchietti fanno male le ossa e un latte con cioccolato diventa una frequente allucinazione. Dicembre è così vicino che non vale la pena cominciare niente, dice chi ha rimandato i suoi progetti per tutto l’anno. Sta arrivando il periodo in cui si spende di più, anche se le nostre tasche predicono che per questo Natale saranno ancora più vuote. Tuttavia, la questione più penosa resta quella dei soprabiti e delle coperte di lana, la poca protezione di fronte al freddo umido che penetra dalle fessure delle finestre.
Vedo gente per strada con cardigan, magliette pesanti e grossi soprabiti sintetici, ma nessuno di questi capi è stato acquistato grazie al salario guadagnato con il proprio lavoro. Un soprabito fatto con pelle di vacca lo ha mandato una sorella che vive a New York e quello a righe che indossa una ragazza è un regalo di un turista di passaggio in città. Un bambino piccolo indossa un impermeabile ereditato dal fratello, che a sua volta lo ottenne da uno zio che confisca valigie alla Dogana. La vecchietta che attraversa la strada fa attenzione alle sue calze di lana, avute da una vicina in cambio di una lametta per il frullatore. Solo il sorvegliante dell’hotel ostenta una giacchetta di jeans con bottoni brillanti e nuovi.
Mi piace l’inverno e l’affabilità che risveglia nelle persone, anche se so che per molti è la stagione dei dispiaceri e delle vergogne. Non è possibile dormire nella panchina del parco dove per il resto dell’anno quel signore con i vestiti usati elegge la sua unica dimora. Alcuni bambini deridono a scuola chi indossa un cappotto comprato durante il razionamento degli anni Ottanta. Il freddo rimarca le differenze tra chi può chiudere la porta e chi non possiede una casa con le finestre da accostare. Sottolinea il contrasto tra chi porta un capo a maniche lunghe e chi indossa due magliette perché non possiede un soprabito. Tutti controllano il termometro e sperano che non scenda sotto i dieci gradi, perché la povertà abitativa e la scarsità di vestiti non sopporterebbero un solo fiocco di neve.
Fino al 27 di questo mese, ogni nuovo post recherà in calce un promemoria delle votazioni on line per i premi The Bobs. Ricordo che Generación Y sta concorrendo per tre categoria: miglior weblog, premio speciale Reporter senza frontiere e miglior blog in spagnolo. Ricordo il link per votare: http://www.thebobs.com/.
Nota del traduttore:La forma migliore per rendere lo spagnolo abrigo sarebbe il termine italiano cappotto. A Cuba nessuno usa il cappotto, neppure in inverno, perché - anche se L’Avana e Pinar del Rio hanno un clima più freddo di Santiago e Baracoa - la colonnina di mercurio non scende quasi mai sotto i dieci gradi. Per il cubano abrigo è sinonimo di maglione, indumento a manichelunghe, al limite soprabito. Nella traduzione opto per la terza soluzione. (Gordiano Lupi)
Un ragazzo si avvicina per domandarmi se sono “Yoani”. Mi tende una mano sudata e fredda. Temo che stia per darmi un primo ceffone, ma si limita a dire: “Magari tu fossi vera! Perché già ne abbiamo viste tante!”. Mi viene voglia di seguirlo e di mostrargli il mio ombelico. Non c’è maggior prova che una persona esiste e che è “vera”, che un ombelico annodato nell’addome. Se ne va lasciandomi tutto il peso dei suoi dubbi e della sua fede - quest’ultima cosa è quella che più mi spaventa. Non mi lascia il tempo di avvertirlo che non voglio fondare nessuna religione, pertanto i suoi dubbi mi fanno sentire meglio di una sua possibile convinzione.
Se il ragazzo dalla mano fredda e le frasi brevi leggerà questo post, voglio fargli sapere che non posso salvarlo. Non sono io che debbo accollarmi una responsabilità che dovremmo prenderci tutti insieme. Pure io ho ne ho viste tante… gente che applaude e che dopo tradisce; mani che danno pacche sulle spalle e alla fine spingono; grida di evviva che si trasformano in sussurri di odio… Malgrado ciò, non posso sapere chi è lui per essere sicura che condividiamo gli stessi dubbi, sogni e colpe.