• Generación Y è un Blog ispirato alla gente come me, con nomi che cominciano o contengono una "y greca". Nati nella Cuba degli anni 70 e 80, segnati dalle scuole al campo, dalle bambole russe, dalle uscite illegali e dalla frustrazione. Per questo invito a leggermi e a scrivermi soprattutto Yanisleidi, Yoandri, Yusimí, Yuniesky e altri che si portano dietro le loro "y greche".


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Generacion Y in italiano prosegue sul sito de LA STAMPA, storico quotidiano di Torino. Da oggi in poi lo troverete a questi indirizzi:

 http://www.lastampa.it/generaciony

http://www.lastampa.it/sanchez

 

 Gordiano Lupi www.infol.it/lupi

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Ieri, sabato 9 maggio, sono stata all’hotel Meliá Cohiba per verificare se proseguono le limitazioni di accesso a Internet per i cubani. Vari amici mi avevano detto che la misura restrittiva era stata tolta… ma volevo verificare di persona. È stato per questo motivo che io e Reinaldo siamo andati all’hotel e abbiamo girato questo piccolo video.
La “turista” che finge di leggere il Granma sono io.

Traduzione di Gordiano Lupi
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Nota del traduttore

Nel filmato si assiste a un dialogo tra Reinaldo (il marito di Yoani) e un’impiegata del Meliá Coiba. Yoani - nascosta dietro a una copia del Granma - filma la scena (credo) con un telefonino. L’impiegata rifiuta di vendere la carta prepagata a Reinaldo perché una recente risoluzione del Ministero del Turismo (MINTUR) - d’accordo con Etecsa (la compagnia telefonica) - vieta la vendita ai cittadini cubani delle carte per accedere a internet. La risoluzione è recente, l’impiegata mostra il testo esposto in bella evidenza e afferma che risale a un mese fa. Reinaldo ribatte che vuole discutere con qualcuno del Ministero, perché la risoluzione viola un diritto fondamentale sancito dalla carta costituzionale. La costituzione cubana, infatti, afferma che nessuno può essere discriminato in base alla sua origine. Reinaldo prosegue: “È come se una legge dicesse che l’acceso a internet può essere concesso a tutti, meno che ai messicani. Io mi sento discriminato per la mia origine nazionale”. Consiglio la visione del filmato a tutti coloro che ancora hanno dubbi sulla mancanza di libertà a Cuba. (Gordiano Lupi).

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Tutta una serie di argomentazioni retoriche - così ampie negli anni Sessanta del secolo passato - muovono i loro colpi di coda moribondi in questo millennio da poco cominciato. È un modo di dibattere sullo stile delle “barricate”, ci si sistema dietro ai parapetti e da un luogo sicuro si lanciano insulti all’indirizzo degli oppositori, invece di argomentazioni. Gianni Minà ha spolverato una parte di quella consumata artiglieria. L’arsenale che ha riversato sopra di me è composto dalle solite accuse: sono una creatura del Nord e ho dimenticato in maniera predeterminata di ricordare i vantaggi dell’attuale sistema cubano. Per concludere mi ripete il ritornello che sono una “sconosciuta” a Cuba, dimenticando che mi sono sempre vantata di essere una persona piccola e insignificante.

Minà, invece, possiede un curriculum di tutto rispetto. È riuscito a intervistare l’uomo che ha retto i destini del mio paese per cinquant’anni, mentre noi cubani non abbiamo mai potuto rivolgergli domande o rispondergli con un voto depositato nell’urna. Il libro che è uscito fuori da quell’incontro veniva esposto nelle librerie negli anni in cui pensavo di abbandonare il liceo, perché non avevo scarpe da mettermi. Dalla nostra parte e lontani dalle vetrine dove veniva esibita l’ampia  intervista in edizione di lusso, succedevano cose molto diverse: si svuotavano le tasche, cresceva la frustrazione e prendeva campo la paura. Tuttavia non comparivano simili osservazioni nelle frasi elaborate di quella pubblicazione e l’autore non ha ritenuto opportuno pubblicare una seconda edizione per riparare a certe dimenticanze.

Mi piacerebbe suggerirle un paio di domande per un nuovo incontro tra lei e Fidel Castro, che probabilmente non avverrà mai. Indaghi signor Minà - lei che può parlare con Lui - come mai non decreta un’amnistia per Adolfo Fernández Saínz e i suoi colleghi, che hanno già scontato sei anni di galera per delitti di opinione. Annoti nella sua agenda, per favore, i dubbi della mia vicina sul divieto di entrare a Cuba pronunciato nei confronti del fratello, dopo “aver disertato” durante un congresso all’estero. Trasmetta l’interrogativo di mio figlio Teo, che non comprende come mai per essere ammesso agli studi del livello superiore deve dimostrare di possedere una serie di requisiti ideologici.

Se lei può avvicinarsi a Lui - più di quanto è stato mai possibile a ogni cubano - gli chieda di permettere a questi “sconosciuti” cittadini di associarsi, fondare un giornale, creare un emittente radiofonica, fare domande a un presidente o sfruttare un diritto - che lei esercita senza limiti - di scrivere pubblicamente opinioni molto diverse rispetto a quelle del governo del suo paese. Le assicuro che quella intervista - che lei non farà mai - diventerà un best seller su questa Isola.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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Sono stata un paio di giorni senza collegarmi a Internet, perché è venuta fuori una nuova complicazione nel percorso dei blogger alternativi. Diversi alberghi del paese esigono, per collegarsi alla rete, la dimostrazione  che una persona vive fuori dell’arcipelago cubano. Gli impiegati della reception mi dicono - pure se sono nativi come me - che questa carta d’identità bluette non dà diritto a entrare nella grande ragnatela mondiale.  “Si tratta di una decisione presa nelle alte sfere” mi ha precisato una signora, come se una decisione di quel tipo potesse essere presa a un livello diverso dagli uffici governativi.  

È improbabile che mi possa trasformare in straniera dalla notte alla mattina. Non mi resta che protestare per una simile proibizione e rendere pubblica l’esistenza di un nuovo apartheid. Mi toccherà tirare fuori ancora la maschera da turista, anche se questa volta dovrò imparare una lingua piuttosto complessa come l’ungherese, per mettere fuori strada i venditori delle carte prepagate per accedere a Internet. Forse mi metterò a curiosare negli alberghi, per chiedere agli stranieri di comprare per me quella chiave d’ingresso che mi viene vietata, quel salvacondotto per cui necessito “non essere cubana”.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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Me ne vado con il nipote più piccolo a passeggiare per le strade di un’Avana diversa e al tempo stesso familiare. Non gestisco più un blog e i miei settant’anni si vedono in ogni ruga del volto e nella lunga treccia bianca. Tutto questo potrebbe essere soltanto una fantasia futurista dai toni oscuri, ma preferisco credere che camminiamo in una città rinata e prospera. Ce ne andiamo in un parco a prendere il sole e cerco - come ogni anziano - di parlarle dei miei tempi, di quegli anni nei quali avevo la magrezza e l’energia che lui mostra adesso. 

Lo spagnolo è ancora la lingua madre dei miei figli, ma il ragazzo mi guarda come se non comprendesse ciò che dico. Si mostra perplesso quando parlo di “periodo speciale”, “tessera di razionamento” e “fedeltà ideologica”. I suoi problemi sono così differenti che non può capire le cose del mio passato. Mostra senza pudore di non conoscere bene la storia e chiama un leader scomparso con il nome di un cantante di salsa. Non riesce a comprendere la differenza tra il carattere socialista della Rivoluzione e la fine dell’Unione Sovietica.

Non mi zittisce per rispetto, ma nei suoi occhi leggo che tutte le mie chiacchiere lo annoiano. “La nonna è rimasta indietro nel tempo” dirà quando me ne sarò andata, ma davanti a me finge di ascoltare gli sfasati aneddoti di una Cuba remota. Questo ragazzo non sa che soltanto il presagio della sua venuta al mondo, quarant’anni prima, mi ha permesso di mantenere il buon senso. Immaginarlo, seduto in un parco dell’Avana futura, con la sua smorfia di incredulità, mi ha impedito di prendere il cammino del mare, della simulazione o del silenzio. Sono arrivata sin qui grazie a lui e invece di dirglielo, lo infastidisco con i miei aneddoti su ciò che è accaduto, su ciò che mai tornerà a ripetersi.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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Si narra che quando cadde il muro e le due Germanie si riunirono, da Oriente arrivarono persone che non avevano mai mangiato una banana. Guardavano estasiati il lungo frutto che i poco forniti mercati dell’Est in tanti anni di economia centralizzata non avevano mai venduto. Penso che assaggiare la dolce polpa di una banana deve essere stato come gustare la fine di un sistema durato cinquant’anni. Tra i due sapori, preferirei sperimentare il secondo, perché ho trovato il primo sulla mia tavola fin da bambina. 

Nelle nostre case la banana - insieme all’arancia - è stata uno dei frutti fondamentali, molto prima che i tedeschi conoscessero la sua esistenza.  Noi cubani non avremmo abbattuto un muro per addentarne la superba consistenza, ma dobbiamo a lei se negli anni Novanta la nostra alimentazione non è stata ancora più frugale. Il “purè” fatto con  le varietà chiamate “macho” o “burro” è stato, per settimane, il solo alimento per il mio corpo adolescente. Come beneficiaria delle sue virtù, vorrei erigerle un monumento, anche se per costruirlo dovessi importare un esemplare dal Costa Rica e usarlo come modello per la meritata statua. 

Non vedo una banana da settembre dell’anno passato, quando gli uragani rasero al suolo le piantagioni.  Non voglio credere che, dopo aver resistito ai disastrosi piani agricoli e agli sfortunati incroci genetici, finiremo per perdere le banane proprio adesso. Questo frutto che è riuscito a superare gli esperimenti del Grande Agricoltore in Capo, non può morire per colpa di un paio di cicloni. Ho il timore che siamo - come i berlinesi del 1989 - sul punto di sospirare ansiosi dietro al sapore della banana.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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Ieri è stato un giorno intenso. Abbiamo avuto una sfilata durante la mattina, un acquazzone nel pomeriggio e insieme ad alcuni impertinenti ci siamo messi a percuotere stoviglie alle otto e trenta della notte. La concentrazione in Piazza della Rivoluzione non era diversa dagli anni precedenti e la pioggia aveva la stessa umidità, solo il rintocco di padella rappresentava una singolare sinfonia intonata da pochi. Pubblico alcuni esempi di suono e poche immagini, perché possiate vivere il primo maggio come l’ho sentito io… con tutta la sua intensità e la sua follia.

Dalla mia terrazza ho ascoltato poche reazioni di fronte alle prime pentole percosse, anche se abbiamo la consolazione che i nostri rintocchi si sono uditi molto lontano. Grazie a un rapido giro di telefonate ho saputo che il suono dei metalli si è sentito anche nella città di Pinar del Rio, mentre diversi quartieri dell’Avana sono rimasti silenziosi. Il modesto tamburellare è stato lo spontaneo prodotto di piccoli individui che osano e non ha niente a che vedere con il massiccio automatismo di chi è stato spinto a sfilare durante la mattina. Questa è la differenza tra la protesta spontanea e gli slogan orientati politicamente.

Ogni scintilla è piccola, ho risposto a qualcuno che mi interrogava sulla grandezza di ciò che era accaduto durante la notte, e ogni volta che si inaugura una nuova forma di espressione lo si fa timidamente. Quando ho saputo della convocazione che circolava su Internet, insieme ad alcuni amici ho considerato che sarebbe stato più realizzabile il semplice gesto di spengere la luce. Percuotere le pentole implica un’eccessiva esposizione e molte persone ancora temono rappresaglie. Mettere all’oscuro una casa è una cosa che si può realizzare senza mettersi in evidenza ed è il tipico gesto che è disposto a fare il nostro popolo, non altro. Pure se abbiamo ascoltato poche note di protesta, credo che qualcosa sia cambiato nella routine del giorno dei lavoratori. Si è trattato appena di un leggero rintocco di barattoli e cucchiai, che è giunto dopo il primo acquazzone di maggio.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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Le due notizie si sono succedute una dopo l’altra, così contraddittorie che lo stesso annunciatore ha dovuto fare uno sforzo per nascondere lo sconcerto. Nella prima si parlava della concentrazione popolare in occasione del prossimo primo maggio, mentre la seconda decretava la fase di allerta di fronte alla minaccia di una possibile epidemia di influenza suina. A partire dalla sera di martedì in tutto il paese sono state attivate una serie di opportune misure di prevenzione. Malgrado ciò, non è stata abbandonata l’idea di radunare quasi un milione di persone nella sfilata del prossimo venerdì.

La mia esperienza in tema di raffreddori e dolori influenzali mi dice che un raggruppamento di persone è lo scenario più propizio per la diffusione di un virus. Le misure annunciate dovrebbero comprendere, come minima prevenzione, lo spostamento o la cancellazione dei festeggiamenti per il giorno dei lavoratori. Non voglio provocare allarmi immotivati. Non conosco nessuno che sia stato contagiato ed è stata pronunciata una dichiarazione ufficiale che non esiste alcun caso registrato di quella malattia, ma ricordo che dissero la stessa cosa per molto tempo prima di confessare che l’AIDS si era diffuso a Cuba, per non parlare del numero annuo di contagiati dal dengue che viene tenuto nascosto.   

Con umiltà, chiedo al governo cubano di riconsiderare l’idea di radunare migliaia di persone proprio in questo periodo. Per favore, meno senso dello spettacolo e più protezione nei confronti della cittadinanza.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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Insieme a diversi amici abbiamo dato il via a un modesto servizio informativo a mezzo di SMS. Una notizia, non citata dai media ufficiali, viene inviata tramite cellulare a un gruppo di persone che a sua volta provvede a trasmetterla ad altri. Può sembrare un canale un po’ limitato - perché il numero di cubani muniti di cellulare è modesto - ma ho molta fiducia nelle sue potenzialità. Per far crescere questo nuovo processo informativo è sufficiente che qualcuno voglia passare un breve titolo a un’altra persona interessata.

Credo che dovremmo escogitare soluzioni per sviluppare questa rustica “Newsletter”. Chi vuole aiutare può creare una pagina web, nella quale pubblichiamo il nostro numero di cellulare, in modo tale da farci arrivare notizie gratuite. Viviamo in un paese nel quale distribuire un periodico su carta può provocare una sanzione per delitto di “propaganda nemica”, per questo le strade virtuali devono essere potenziate… almeno fino a quando non verrà ideata una nuova legge che le proibisca. Fino a quando non accadrà, esiste un gruppo di cubani pronto a usare i propri cellulari per ampliare le fonti informative. Un piccolo accessorio attaccato alla cintura, potrebbe prendere il posto di tutti i periodici che mancano nelle edicole.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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Questa mattina ho accompagnato Edgard (http://www.penultimosdias.com/2009/04/20/edgar-lopez-en-huelga-de-hambre-por-el-derecho-a-salir-del-pais/#more-17398) insieme ad alcuni amici per consegnare il suo appello (http://www.desdecuba.com/generaciony/wp-content/uploads/2009/04/apelacion_edgar.jpg) dopo la mancata concessione del permesso di uscita dal paese. La sede dell’Ufficio Immigrazione a livello nazionale è situata a pochi passi dall’ufficio di Consulenza Giuridica. Conoscevo il posto, perché giusto un anno fa sono andata a sporgere un reclamo simile, che si è concluso con la conferma che “per il momento” non avrei potuto viaggiare. Funzionari uniformati e persone silenziose in attesa che il loro caso venga rivisto, compongono lo scenario di questa succursale del Ministero degli Interni.

Le firme raccolte tra residenti sull’Isola e cubani della diaspora, sono state consegnate all’impiegato di turno, che ha confermato un termine di sessanta giorni per rispondere alla richiesta. Il venerdì, due componenti della sezione 21 avevano “suggerito” a Edgar di abbandonare l’idea di presentarsi nel luogo dove oggi ci siamo recati. Fecero capire che se fosse rimasto tranquillo, gli avrebbero concesso il permesso di viaggio prima di agosto. Dopo lo sciopero della fame messo in atto da questo giovane, le autorità migratorie non possono - secondo quanto  riferito dagli inquieti ragazzi - “agire sotto pressione”, perché darebbero l’impressione di essere stati obbligati a lasciarlo salire sull’aereo.

Come se non fosse una cosa più che ordinaria che in risposta alle pressioni dei cittadini i politici correggessero le loro azioni. Proprio per questo occupano i loro posti, per cedere - una volta o l’altra -  di fronte alle domande della società. Non è stato già detto da diverse voci che il permesso di uscita e di entrata in Cuba deve essere abolito? Che cosa deve succedere ancora perché cessino di sequestrarci un diritto?

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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